Dialetto Mantovano di città secondo Patrizio Roversi


Patrizio Roversi dialetto Mantova cittàPartendo dal presupposto che l’Italia è il Paese a più alta biodiversità e variabilità culturale e che nel nostro basta spostarsi di dieci chilometri per trovare panorami diversi, ricette diverse, una storia diversa, e soprattutto un dialetto diverso, il team di “Turisti per Caso” ha promosso nel 2011 un progetto per raccogliere dei video contributi sui dialetti delle varie località d’Italia. Ogni partecipante, dopo essersi presentato, doveva tradurre nel suo dialetto locale le seguenti parole: pipistrello, carota, patata, talpa, granoturco, maiale, baffi, spaghetti, forchetta, aratro, gallina, tacchino, palla, temporale.

Non poteva mancare il contributo di Patrizio Roversi, che si è cimentato nel “mantovano di città”.

Ecco il video.


Trascrizione del video di Patrizio Roversi

Nome: Patrizio

Età: 57

Provenienza: sono nato a Mantova, ma vivo a Bologna, quindi ho ampiamente sciacquato i miei panni in Reno e spero di mantenere una pronuncia originale.

Professione: giornalista

Titolo di studio: laureato, sia pure al ventiquattresimo anno fuori corso

Dialetto: il mantovano di città, di Mantova città, da non confondere con i dialetti della provincia che sono profondamente diversi.

Come ho fatto a tradurre queste parole? Un po’ a memoria, un po’ ho consultato dei vocabolari, e un po’ ho chiesto a dei parenti.

  • Pipistrello: pipistrèl
  • Carota: non pervenuto. Tutti dicono “carota” e basta.
  • Patata: póm ad tèra
  • Talpa: tubìna
  • Granoturco: furmentùn
  • Maiale: gugiöl o nìmal oppure ròia, che sarebbe la scrofa
  • Baffi: barbìs
  • Spaghetti: esiste la parola spaghét o fufòt, che però vuol dire panico, momento di paura. Non c’è un corrispettivo dialettale per spaghetti in mantovano.
  • Forchetta: fursìna
  • Aratro: parola molto desueta, piò
  • Gallina: gàlina oppure ciòsa, che sarebbe la chioccia che cova le uova
  • Tacchino: pit
  • Palla: bala, che vuol dire anche ubriacatura
  • Temporale: tempural. Però c’è anche la parola sventaràs che vuol dire fortunale, sguàsaròt che vuol dire piovasco e fümaroi che sono i nuvoloni temporaleschi.

L’espressione tipica del mantovano è “cla vaca at tà fat”, con le variazioni “cla vaca at tà cunà” e “cla vaca at tà cagà”. Letteralmente vuol dire “la mucca che ti ha generato” però ha perso nel tempo il suo significato volgare. Non dimentichiamo che a Mantova, zona agricola, la vacca è più sacra che in India. Non è sempre un’offesa, può essere anche un segno di saluto, un modo per sdrammatizzare, e a volte può avere anche sfumature aggressive. È comunque una parola d’ordine, il segno di riconoscimento dei mantovani all’estero.

Concludo con una prova di pronuncia, un virtuosismo fonetico: sügul. Sügul, che vuol dire budino di mosto, ha queste due U, quella lombarda e quella normale, che messe di fianco sono per tutti una gran difficoltà. Provate voi a dire sügul!




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