Quando Scatta Nuvolari: Mostra a Palazzo Te dal 17 Settembre 2009


Quando Scatta Nuvolari


Palazzo Te ospiterà da settembre a dicembre un’inedita mostra su Tazio Nuvolari fotografo: la stampa nazionale ha già dato rilievo a tale evento; riportiamo l’articolo  di Laura Leonelli del Sole 24 Ore.

Le sapeva ascoltare, le capiva, le portava al massimo piacere e insieme, abbracciati, a volte con qualche pezzo mancante, tagliavano il traguardo ed era un trionfo. Le conosceva bene, le macchine, Tazio Nuvolari, una conoscenza carnale, selvatica, due corpi uniti, uno dentro l’altro, e la prima volta era stato di notte, a tredici anni, a 30 chilometri all’ora, guidando di nascosto la macchina del padre, lungo una strada illuminata dalla luna. Quanto basta per far nascere in un ragazzo cresciuto negli anni del futurismo e della sua fame di velocità, la voglia di possedere quell’insieme di lamiere e ingranaggi, che trasformavano ogni rettilineo in un nuovo paesaggio, modernissimo, in continua mutazione, con gli alberi piegati a terra, gli spettatori deformati in un’onda sonora e il presente che diventava futuro. Una vera macchina del tempo, la Bugatti, l’Alfa Romeo, la Maserati, la Auto Union, la Ferrari che Tazio ha spinto all’ultimo spasimo in trecentocinquanta corse, comprese quelle in moto, conquistando centoquarantuno vittorie, sette titoli di campione d’Italia e cinque primati internazionali di velocità. Nessuno più di lui e nessuno meglio di lui, con il suo cuore aerodinamico, ha intuito che per riposarsi da quell’eterna corsa bisognava rivolgersi ad un’altra macchina, stessa pelle d’argento, stesso contatto fisico, stesso allineamento testa, occhio, cuore, come ricordava Henri Cartier Bresson: la macchina fotografica. E alla fotografia, con un’incredibile padronanza del mezzo, il Campionissimo ha chiesto ciò che quell’altra macchina, sfrecciante sui circuiti, non sapeva fare: trattenere il tempo, fermarlo e concedere un secondo sguardo sul paesaggio, sulla vita e i suoi oggetti d’amore. Come una falsa partenza, felice, che si ripete all’infinito.
Tazio Nuvolari fotografo, sensibile interprete della cronaca familiare, nella gioia e nel dolore, e brillante e ironico fotoreporter del mondo delle corse. Questa è la strepitosa scoperta, l’inedito storico nella biografia di un mito italiano, che dal 17 settembre al 18 dicembre splenderà per la prima volta nella mostra “Quando scatta Nuvolari”, aperta a Mantova, alle Fruttiere di Palazzo Te, patrocinata dalla Fondazione Banca Agricola Mantovana, e curata con
dedizione sfavillante da Gianni Cancellieri, giornalista e storico dell’automobile. A scattare, accanto alle fuoriserie, è un otturatore che dal 1918, anno di nascita del primo figlio, al 1953, anno di morte di Nuvolari, ha raccolto ben 2575 frammenti di tempo, sottratti a quella velocità a volte tragica che è l’esistenza. Per mezzo secolo i negativi sono rimasti sigillati tra i segreti dell’Archivio di Stato di Mantova. Quindi nel 2003 il recupero, la completa digitalizzazione e gran finale, con una scelta di 300 immagini, l’esposizione, corredata da un catalogo Silvana Editoriale e divisa nelle due sezioni “L’asso degli assi” e “Lo sguardo di Tazio”, omaggio in parallelo alla carriera automobilistica e a quella di fotografo.
La prima volta che il metallo di una macchina fotografica sfiora la pelle di Nuvolari è nel 1918. La moglie Carolina è incinta e lui la ritrae come tutti i mariti del mondo, curioso, timoroso, a distanza di sicurezza. Poi nasce Giorgio e sono le immagini di pace e di tranquillità nella casa di vacanza a Bosco Chiesanuova, nel Veronese. Nel 1928 arriva il secondogenito, Alberto, e con lui nuove fotografie, da affiancare, due anni dopo, a quelle che ritraggono Tazio, vincitore della Mille Miglia. Nel 1932, nel fulgore di una stagione di trionfi, Gabriele D’Annunzio regala al re dell’asfalto una piccola tartaruga d’oro. Ma quell’emblema di lentezza, lontano dai giochi retorici del Vate, prelude ad un’altra dimensione temporale, a una battuta d’arresto. Giorgio, che non aveva voluto studiare, che era stato mandato in collegio in Svizzera, che aveva compiuto qualche inevitabile bravata in moto, si ammala di miocardite e a diciannove anni, nel 1937, muore. Tazio riceve la notizia sul transatlantico che lo sta portando in America, dove spera di conquistare per la seconda volta la Coppa Vanderbilt. Non la vincerà e tornato a casa, d’istinto, con la stessa furia con cui divorava la strada, con la stessa attenzione compositiva con cui affrontava i sorpassi, concentra ogni sguardo su Alberto, perché almeno lui non scompaia, ma resti. Un ritratto, in particolare. Alberto con il casco e gli occhiali del padre, la coppa in una mano, l’altra tesa nel saluto fascista e a inquadrare la scena una consapevolezza e una modernità
grafica, tra perpendicolari di muro e di alberi, degna di un professionista dell’obiettivo.
Puro talento e per assecondarlo anche in questo campo Tazio sceglie le macchine migliori. Nella sua attrezzatura anni ’30 compare la nuovissima Zeiss Contax II, con una velocità di scatto a 1/1250 e una frenata, in assoluta sicurezza, a mezzo secondo. Ampliandosi la scelta dei tempi, si amplia anche quella dei soggetti. Accanto al secondo figlio, che nonostante il talismano fotografico morirà nel 1946, accanto alla moglie, modella negli eccessi di un guardaroba di altissima sartoria, e accanto alle scene di costume con quei bambini già neorealisti e le loro magliette rigonfie di frutta, Nuvolari fotografa il mondo delle corse, gli altri piloti, le vetture, le gare e quel fervore ordinato, tutto maschile, che riscalda la temperatura dei box. “Con una disinvoltura sportiva inimmaginabile ai nostri tempi – racconta Cancellieri – Tazio ritrae il suo rivale e amico Bernd Rosemeyer, sorridente al volante della sua macchina, nel senso di quella di Nuvolari”. E sempre di Rosemeyer l’Asso degli assi immortala il piede destro che ha spinto l’acceleratore della macchina, sulla pista di Berlino, alla media record di oltre 284 km all’ora. Un anno dopo Bernd muore in un terribile incidente e Tazio rischia di seguire il collega in tremendo fuoristrada sul circuito di Pau. La sua vettura prende fuoco e lui sopravvive per miracolo, ma per la prima volta ha paura e pensa al ritiro. “Fortemente impressionato incidente Pau, comunico con massimo dispiacere mia decisione rinunciare corse”, scrive Nuvolari in un telegramma a Ugo Gobbato, direttore dell’Alfa Romeo. Il paesaggio in fuga, davanti al parabrezza, improvvisamente si ferma e il pilota, inchiodato una volta di più nel letto d’ospedale, contempla l’unico orizzonte a disposizione: il muro della sua camera, un tavolo, una sedia, un vaso di fiori, il lavandino, lo specchio, un pezzo di sapone, raccolti in una splendida natura morta, quasi morandiana. A smuovere la composizione, e forse a rincuorare l’uomo Nuvolari, contribuiscono le infermiere, e prima e dopo di loro molte presenze femminili lasciano una traccia di sé sulla pellicola. Fuggevoli scie sentimentali a cui si sovrappongono, con un’eleganza di ripresa davvero emozionante, altre scie, di mare e d’acqua dolce. Per ritrarre Learco Guerra, ciclista, detto la “Locomotiva umana”, alla guida del suo piccolo fuoribordo che taglia lo specchio del lago di Mantova, Tazio si stende sulla prua e guardando l’amico, guarda se stesso, e sente il vento che assottiglia gli occhi, e sente quella velocità che fa stringere le mani intorno al volante, e sente la potenza di quella piccola macchina che tiene tra le dita. E sente che doveva diventare fotografo per capire tutta la bellezza e la felicità del suo essere pilota.

Quando scatta Nuvolari, Mantova, Fruttiere di Palazzo Te, dal 17 settembre al 18 dicembre, Catalogo Silvana Editoriale




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