Mi chiamano Garrincha, Pegognaga 09/04/2011


Il calcio fa gol a teatro in “Mi chiamano Garrincha”

Mi chiamano Garrincha, spettacolo prodotto da Fondazione Aida Teatro Stabile di Innovazione andrà in scena sabato 9 aprile 2011 (ore 20.45) al Teatro Anselmi per la rassegna organizzata in collaborazione con il Comune di Pegognaga.

Tratta da “Lettera a mio figlio sul calcio” di Darwin Pastorin, il vicedirettore di La7 Sport, la produzione si avvale dell’adattamento di: Fabio Mangolini, Darwin Pastorin e Maria Grazia Capulli.

La regia è curata da Fabio Mangolini e Lorenzo Bassotto, che ne è anche interprete con Margherita Varricchio.

Mi chiamano Garrincha, Teatro Anselmi Pegognaga (Mantova)

Mi chiamano Garrincha, Teatro Anselmi Pegognaga (MN)

La trama narra di Garrincha che è zoppo e non ha mai potuto giocare a calcio, la sua passione, il grande sogno della sua vita. E’ nato a Sao Paulo il giorno in cui Garrincha, quello vero, il campione capace di cavalcare le stelle e di commuoversi per un uccellino in gabbia, esordiva nella nazionale verde-oro. Un predestinato, insomma. Peccato solo per quell’essere storpio d’una gamba, la sinistra, quell’incedere che ne fa un essere degno di tenerezza. Per lui il mondo è rotondo ed è coperto di pelle bianca e nera, come un pallone di calcio e il pallone è culla, casa, fiume, stella, abisso, vertigine. Ha viaggiato per le strade del mondo dietro al calcio, ha conosciuto, amato, pianto, rimpianto, scoperto, allontanato. Ha conosciuto grandi calciatori e bambini con i piedi nudi che correvano dietro a una palla fatta di stracci, ha visto persone gioire, altre piangere disperate, ha raccolto le loro storie, le ha stampate nel cuore e adesso le racconta. Pelè, Maratona, Gigi Meroni, Gaetano Scirea, Gigi Riva, Pietro Inastasi… Il calcio è imprevedibile come il volo di un aquilone. Garrincha ha un sogno, il suo sogno. Tirare un calcio di rigore e segnare. Ma non un calcio di rigore qualsiasi: l’ultimo rigore della finale del Campionato del mondo, quello da cui dipende tutto, ma tutto davvero. Muove le gambe, Garrincha, sul posto, corre sul posto, veloce, come a correre su una sola zolla di terra tutto quello che non ha potuto correre in una vita intera. Gli occhi negli occhi del portiere. Dietro il portiere la rete, molle come un ventre, pronta ad accogliere la palla. Garrincha si muove, tre passi, di corsa, il vento nelle orecchie, negli occhi, nei capelli, attorno al collo, fra le dita, nei polmoni, giù, boccate di vento, un boato d’uragano nell’aria ferma dello stadio ammutolito. Il piede sinistro che tocca la sfera. Poi solo un urlo. Gol!




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