Referendum Lombardia autonoma 2017: chi lo sostiene e cosa cambierebbe


Referendum Lombardia regione autonoma 2017Il presidente di Regione Lombardia, Roberto Maroni, ha annunciato in questi giorni la data del travagliato referendum per l’autonomia regionale: sarà il prossimo 22 ottobre 2017, la stessa data già fissata per l’analogo referendum che si terrà in Veneto. I due quesiti coinvolgeranno complessivamente circa un quarto dell’elettorato italiano.

«Sarà l’inizio di una fase nuova», ha spiegato Maroni ai giornalisti, «che porta la Lombardia e il Veneto nelle condizioni di poter amministrare maggiori risorse e io dico anche verso la specialità: la Lombardia merita di essere una Regione a statuto speciale, meritiamo di tenerci tutte le tasse pagate che oggi vanno disperse in mille rivoli».

Oltre alla data, è stato reso noto il testo del quesito: «Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?».

Si tratta sostanzialmente di un referendum consultivo sulla volontà dei lombardi di autorizzare la Regione ad avviare ufficialmente le trattative con lo stato italiano per il riconoscimento della Lombardia quale regione autonoma, al pari di quelle indicate dall’articolo 116 della Costituzione, ovvero Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna, sulla base dell’efficienza amministrativa che la caratterizza.

Tale riconoscimento avrebbe un pesante impatto a livello economico, dato che le regioni autonome hanno la possibilità di mantenere sul proprio territorio fino al 90% delle imposte, oltre ad avere maggiori competenze rispetto a quelle ordinarie. Nella condizione attuale, con i suoi 10 milioni di abitanti, la Lombardia ha un residuo fiscale di 54 miliardi l’anno pari a circa la metà dei 114 miliardi di gettito totale; in altri termini, mediamente ogni abitante lombardo paga circa 5.400 euro di tasse che però non tornano in Lombardia, ma sono impiegati in altre regioni o per le attività istituzionali dello stato.

L’indizione del referendum è stata criticata dal Partito Democratico, per bocca del segretario regionale, Alessandro Alfieri: «La Lega vuole fare il referendum per iniziare così la sua campagna elettorale per regionali e politiche del 2018. Se volesse davvero il trasferimento di maggiori competenze alla Lombardia, Maroni non butterebbe al vento 46 milioni di euro e coglierebbe al volo la disponibilità del governo di aprire il tavolo per la trattativa». Sulla stessa lunghezza d’onda anche Sinistra Ecologia Libertà, con la consigliera regionale Chiara Cremonesi, secondo cui «più autonomia la si potrebbe ottenere subito senza spesa alcuna, avviando una trattativa istituzionale con il governo».

In realtà, le trattative tra le maggioranze di governo italiana e lombarda non sembravano essere a buon punto; almeno fino al 4 dicembre 2016, data del referendum sulla riforma costituzionale voluta dall’ex presidente del consiglio Matteo Renzi: tra le modifiche appariva infatti una ridefinizione dei limiti dei poteri delle regioni ordinarie, che riportava alcune delle competenze allo stato centrale. In sostanza, un’operazione nella direzione diametralmente opposta a quella dell’autonomia. In quel caso, la vittoria del “No” ha disinnescato una bomba che avrebbe messo una pietra tombale sulla questione.

L’indizione del referendum per l’autonomia ha però incontrato anche il favore di individualità e movimenti di opposizione. Il consigliere regionale Dario Violi, del Movimento 5 Stelle, partito che ha appoggiato la proposta di referendum, sottolinea che «grazie al lavoro del M5S, non sarà una consultazione concentrata sulla solita propaganda leghista sull’autonomia in salsa padana».

Anche il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, del Partito Democratico, aveva appoggiato la proposta: «Questo referendum ha il chiaro sapore delle propaganda. Ma noi dobbiamo prendere l’iniziativa, non dobbiamo lasciarla ai nostri avversari. Dobbiamo usare questi mesi per prendere l’iniziativa, se poi arriverà il referendum voteremo sì, perché non si può votare no su un tema simile». Beppe Sala, sindaco di Milano per il centro-sinistra, voterà “Sì” al referendum, ma lo considera inutile: «Io consiglierò di votare positivamente. Questo non è un tema che appartiene alla Lega ma un po’ a tutti, e su cui il governo ha dato chiare aperture: a mio parere è un tema giusto. Ma il referendum è assolutamente inutile».

Non è una novità leggere di esponenti della sinistra che si esprimono a favore di un sistema maggiormente federale. Uno fra tutti il filosofo Massimo Cacciari, già sindaco di Venezia per la coalizione di centro-sinistra, secondo il quale il federalismo servirebbe a disinnescare le spinte centrifughe: «Non è colpa degli indipendentisti se coloro che tentano di fare un discorso federalista vengono puntualmente presi a calci nel sedere. Per forza di cose poi il sentimento antistatalista e secessionista prende piede». E ancora: «L’Italia è disunita dal Medioevo e sarà unita solo con una riforma costituente. E la fai federalista o non la fai».

Solo la mattina del 23 ottobre 2017 conosceremo l’opinione dei lombardi – e dei veneti – sul tema dell’autonomia, che probabilmente condizionerà in modo determinante le dinamiche poltiche dei prossimi anni e potrebbe stimolare iniziative analoghe in altre regioni.

Fonte:
Stefano Tòdi
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