Intervista a Roberto Boninsegna


In mezzo a mille difetti, solo per limitarmi ai maggiori, ho però un pregio: sono sempre pronto a cambiare le mie idee di fronte all’evidenza.

Riguardo al campione – all’uomo – che ho incontrato, non ho avuto dubbi e dopo 45 anni continuo a pensarla nello stesso modo, o meglio, il contatto personale mi ha rassicurato con tante conferme.

Sarà la mia età, sarà che quand’anche indossasse lo smoking, lo vedrei comunque con una maglia nerazzurra e un numero 9, saranno tanti ricordi, ma al vocabolo “calciatore” associo d’istinto non Pelé, non Maradona, Ronaldo – tutti e due – e non Messi, ma Roberto Boninsegna.

Roberto Boninsegna rovesciata Bonimba

Anche rimanendo nell’insieme “Campioni dell’Inter”, sottoinsieme “Teste Pensanti”, nel quale riconosco certamente figure come Picchi, Facchetti, Rummenigge o Zanetti, chi incarna il modello è comunque lui.

Nell’ufficialità dell’immagine pubblica appare una persona schietta, che ha sempre manifestato con determinazione le proprie idee, senza compiacere chi di turno sarebbe stato nella posizione di procurargli vantaggi, non un giocoliere da circo con il pallone incollato al piede, né una docile pedina in uno schema, non un soldatino disciplinato, ma una persona con le proprie intemperanze e i propri spigoli, una persona che si è messa e si mette in discussione, una persona vera e per questo affidabile.

Incontrare un personaggio pubblico può riservare delusioni ma, in quest’occasione, a tu per tu tutti i caratteri dell’immagine pubblica si dimostreranno, se possibile, anche più evidenti.

Un’intervista faccia a faccia con Roberto Boninsegna in esclusiva per www.asolacalcio.it non è cosa di tutti i giorni e quindi sono a Mantova con largo margine di anticipo sull’ora dell’appuntamento, sole, aria frizzante, una brezza quasi di primavera, non sembra nemmeno di essere in pianura padana: un paio di caffè, qualche sigaretta e una telefonata mi fanno passare in fretta il tempo, scelgo un tavolino tranquillo in fondo al foyer del Teatro Sociale e intanto rivedo la lista delle domande pronte.

Arriva puntuale; una stretta di mano forte e calorosa, un particolare mi fa subito sorridere: quando lui vinceva ovunque e lo guardavamo in mondovisione, da ragazzi ci sembrava una figura di una generazione precedente a noi, ora potrebbe essere un fratello; la natura gli aveva presto dato l’aspetto del guerriero nel pieno della sua maturità, poi il tempo è stato generoso e non ha più scalfito quell’immagine.

Una faccia che si apre in un affabile sorriso, con la trasparenza di chi non si sente in dovere di apparire come il prossimo lo vorrebbe vedere.

Mi scorrono rapide davanti agli occhi immagini della semifinale e della finale del campionato del mondo del ’70 con la Germania di Beckenbauer e il Brasile di Pelé, della finale di Coppa dei Campioni con l’Ajax di Cruijff e mi rendo conto che ho davanti qualcuno per il quale Gianni Brera si è scomodato a coniare uno di quei soprannomi che sfidano il tempo, non gli nascondo l’emozione della situazione e mi rassicura: “tranquillo, non è proprio il caso, siamo qui per fare due chiacchiere tra amici…”, ci possiamo dare del tu e iniziamo.

Certamente non è possibile sapere come diventare Boninsegna, tu quando hai capito di poterlo diventare?
L’ho capito una domenica mattina in un campetto di periferia, quando un signore che era un osservatore dell’Inter mi disse “Ti piacerebbe venire a provare all’Inter?”. Io lo guardai un po’ perplesso e gli dissi di venire a casa mia, a parlare con mio padre, i miei genitori erano abbastanza severi. Venne, parlò con mio padre, capimmo che era una cosa seria e andai a Milano al Redaelli, feci due prove e mi presero, lì capii che come inizio c’era qualcosa di buono.

Tutto questo da giovanissimo?
Sì, giocavo nella Sant’Egidio, nella categoria giovanissimi e avevo 15 anni: dalla Sant’Egidio, passai direttamente all’Inter.

Il calcio dilettantistico dovrebbe essere divertimento e sacrificio sin dai pulcini?
Solo divertimento è impossibile, il risultato è sempre determinante, ma bisognerebbe far capire che finché si gioca a 7 o a 9, il risultato viene dopo, lo sport fa bene ai ragazzi e il calcio è aggregazione; in particolare si dovrebbero educare i genitori e far loro capire che fino a quell’età quello che è importante non è il risultato, ma che i ragazzi facciano dello sport. Quanto al sacrificio, inizialmente è maggiore quello dei genitori, che devono accompagnare i figli e venirli a prendere, organizzarsi con gli orari per allenamenti e partite in relazione alla scuola e ad altre attività svolte abitualmente.

È compito delle società far divertire, ma compito comune della scuola e della famiglia far accettare il concetto di sacrificio?
È compito anche dei genitori e per questo devono essere educati; alle partite sulle tribune succede di tutto e anche durante gli allenamenti capita che ci siano genitori che urlano al proprio figlio di non ascoltare quello che dice l’allenatore, di spostarsi in una certa zona del campo o di non rispettare le decisioni dell’arbitro: una testa calda può rovinare l’ambiente, per questo è compito delle società, quello più difficile, anche l’educazione dei genitori.

Consideri che debba esserci professionalità anche nelle società dilettantistiche o le buone intenzioni sono sufficienti?
Le buone intenzioni non sono sufficienti, bisognerebbe trovare istruttori che capiscano di calcio, quindi non solo insegnanti di educazione fisica ma, per dare una base al ragazzo, anche degli ex giocatori che insegnino il gesto: vedo che adesso i ragazzi corrono, sono preparati atleticamente, ma come gesto tecnico siamo indietro, vedo giocatori che non sono capaci di stoppare la palla o di calciare; ci vorrebbero più istruttori specifici soprattutto nelle categorie dei dilettanti.
Quando io ero alla Sant’Egidio avevamo degli allenatori che avevano giocato a calcio: dell’insegnante di educazione fisica c’è bisogno, ma è quello che ti sviluppa il fisico, non la tecnica. Quanto ai dirigenti, per lo più genitori di giocatori o di ex giocatori, è necessario che non tendano a fare i tecnici; la chiarezza delle competenze è una buona base di partenza: come i genitori devono fare i genitori e non sostituirsi ai tecnici o all’arbitro, così i dirigenti devono fare i dirigenti e lo devono fare al meglio, anche loro senza invadere le competenze tecniche.

Come possono acquisire professionalità istruttori e dirigenti se LND, FIGC e CONI offrono poche occasioni di formazione?
Questo è un problema, credo che lì subentri la passione che è indispensabile: senza i dirigenti non si fa niente e servono tanta passione e l’ambizione di formarsi.

Che rapporti può avere una società dilettantistica con una professionistica?
Un rapporto dovrebbe comunque esserci: i ragazzi nascono nelle società dilettantistiche e sui campi delle parrocchie e le società professionistiche vanno a pescare nei loro settori giovanili; la buona riuscita di un calciatore deve rappresentare un vantaggio per la società che l’ha formato e per quella che lo sceglie.
Ci possono essere convenzioni e contratti, ma il rapporto non deve essere di natura commerciale, possono andare bene anche forniture di abbigliamento e attrezzature ma soprattutto le società professionistiche devono mandare sui campi i loro allenatori.

Nel settore giovanile è meglio che il tesseramento sia libero o che ci sia una maggiore tutela per le piccole società? Attualmente chi lavora bene è premiato?
Una tutela per le piccole società ci deve essere, perché il loro lavoro implica delle spese di gestione, dall’acquisto del materiale, alla manutenzione di campi, all’organizzazione delle trasferte: tutto questo impegno non deve diventare solo un beneficio per la società che preleva il giocatore, pur nel rispetto dei regolamenti.

Se lo sport ha un ruolo sociale, è lecito attendersi il rispetto di questo ruolo anche dal calcio?
Sul fatto che lo sport abbia un ruolo sociale non c’è dubbio, è un ruolo che il calcio, come ogni altro sport, deve assolutamente sostenere: la diffusione dei principi di lealtà, collaborazione, disciplina, aggregazione e oggi più che mai di integrazione, deve essere uno degli obiettivi.

Per raggiungere un risultato, occorre educare i bambini, gli istruttori, ma soprattutto i genitori: quello è il lavoro nel quale le società devono impegnarsi maggiormente.
Le società dilettantistiche sono tante: devono far sentire la propria voce nei confronti di LND, FIGC, UEFA e FIFA? La regola “non vedo, non penso, non leggo, non scrivo e non parlo” sembra un nascondiglio sicuro per tanti. Quali potrebbero essere le iniziative efficaci?
Certo che devono far sentire la propria voce; a livello federale i dilettanti, tramite l’affiliazione alla LND, pesano per il 33 % e le 15.000 società dilettantistiche hanno un’importanza determinante, ma devono scegliere bene i loro delegati: senza il loro appoggio è difficile decidere, dilettanti e Lega Pro insieme potrebbero ad esempio avere un controllo assoluto su tutta l’attività federale, escludendo la possibilità che a decidere siano le società più grandi, da anni spesso sotto ricatto da parte di gruppi di tifosi violenti e razzisti; il Presidente Lotito ha scelto di togliere tutti i privilegi ai gruppi di tifosi laziali, ma adesso è costretto a girare sotto scorta e la società paga per le giuste sanzioni nei confronti di una frangia del pubblico.

È realistico sperare di vedere dei personaggi puliti ai vertici di LND, FIGC, UEFA e FIFA in tempi brevi?
I fatti dei quali abbiamo notizia relativamente a personaggi come Blatter o Platini non fanno certo bene al calcio e anche se, più che negli altri sport, diventa sempre più importante non, come diceva il Barone Decoubertin, partecipare, ma vincere, non è accettabile che sul campo o fuori qualcuno cerchi di farlo con mezzi illeciti, rubando, drogandosi e corrompendo: si può vincere in quel modo, ma non è giusto, è una vittoria di Pirro, che non lascia niente.
Chi ricorre a quei mezzi dovrebbe avere il coraggio di guardarsi allo specchio e capire che vincere così non è vera gloria.

Per guadagnare il compenso di un anno di Messi un operaio deve lavorare circa 1600 anni e con tutta l’ammirazione che ho per l’atleta, non è un cardiochirurgo che salva delle vite, ci vorrebbe una misura sugli ingaggi?
È vero, Messi non salva delle vite e una misura sarebbe giusta.
Messi è un giocatore che porta pubblicità, televisioni, sponsor e denaro da ogni direzione: più guadagna Messi e più guadagneranno a cascata i suoi compagni di squadra, la generalità dei giocatori di serie A e marginalmente anche quelli di serie B.
In serie C no, e a fronte di qualche calciatore nel mondo che ha compensi di quell’entità, c’è una moltitudine di onesti lavoratori del calcio che in serie C guadagnano venti o trentamila euro all’anno e che a fine carriera, se sono stati bravi, forse riescono a comperarsi un appartamento e dovendo iniziare un lavoro da zero e in là con gli anni, rimangono solo con grossi problemi; restano nel mondo del calcio se hanno la fortuna e la capacità di riuscire a fare gli allenatori, ma non c’è spazio per tutti e di questo non si parla mai, invece sarebbe corretto sottolineare più che le cifre che guadagnano cento o duecento calciatori al mondo, la disparità tra questi e gli altri.

Senza discostarsi troppo dal discorso, corruzione, illegalità, doping, diffusi comportamenti anti sportivi in campo e fuori: nel calcio non manca niente e ci si indigna sempre meno. Dipende solo dal gran numero di praticanti e appassionati e dal volume di denaro che circola, o c’è una mentalità ammalata?
Le cifre sono tutte in quella direzione, sia il numero di praticanti e di appassionati, che le somme di denaro, lecito e non, legate al mondo del calcio: con il calcio guadagna tantissima gente e dove girano tanti soldi, è facile che sia attratta la delinquenza piccola e grande.
Non è un’esclusiva del calcio e non è neppure una consolazione, ma è fresca la notizia di gare truccate anche nel tennis e anche lì ci sono molti praticanti, molti appassionati e girano tanti soldi.
Nel mio periodo erano caduti alcuni giocatori importanti, ora i nomi illustri non corrono il rischio di bruciarsi per delle cifre, che in rapporto ai loro ingaggi sono trascurabili, in situazioni che a lungo andare, prima o poi, saltano fuori.
Sono per fortuna pochi ma, mi dispiace, devo dire che attorno al calcio girano dei personaggi inqualificabili.

Attualmente sei impegnato con qualche attività nel calcio? Di recente avevo sentito di qualche tuo contatto in Toscana?
No, al momento nessun impegno, in Toscana ho avuto delle proposte interessanti, ma alla mia età non ho assolutamente intenzione di spostarmi con la famiglia, sono padre e nonno felice e non vedo il motivo per non continuare ad esserlo, nella mia Mantova, coinvolgendo magari qualcun altro nelle mie scelte.

Capisco che un cambiamento così radicale possa non essere percorribile, ma in zona è possibile che non ci siano delle proposte adeguate?
Nessuna proposta in zona, ma va bene così e le soddisfazioni non mi mancano.

Le società sportive della zona sono avvisate, questa dovrebbe essere una sveglia come la sirena di una fabbrica: ad Asola cerchiamo di lavorare bene e di crescere in qualità ma, viste le dimensioni e le possibilità della società, non mi sentirei proprio all’altezza di offrire un progetto adeguato a Roberto Boninsegna, anche se sognare non costa nulla…

Presidente, ad Asola abbiamo qualche idea?

Le mie domande sarebbero finite ma se ce ne fosse il tempo, potremmo scambiare ancora due chiacchiere.

Sì, ho ancora un po’ di tempo.

Stavo notando che il trascorrere degli anni continua a rispettarti e lasciarti in perfetta forma…
Più apparenza che sostanza, ma non mi lamento.
Riesco ancora a giocare due partite a tennis, di doppio, ogni settimana, magari il giorno dopo sono da buttare, ma tengo botta, perché atleticamente ho ancora bisogno di correre.
Vedi, quando giocavo recuperavo in fretta, prendevo delle legnate che non si immaginano, non c’erano tutte le telecamere che ci sono adesso e c’era chi aveva meno scrupoli, quindi ne prendevo veramente tante: ne prendevo e ne rendevo; quando capivo che uno entrava per fare male, prima o poi nell’arco della partita lo ripagavo, magari porgevo la guancia, ma gli restituivo quello che gli spettava, tutto alla fine rientrava nella lealtà del gioco.
Voglio dirti ancora qualche cosa; anche se quella domenica mattina avevo capito che mi si stavano aprendo delle grandi opportunità, non mi sarei mai immaginato che un giorno avrei giocato un campionato del mondo, facendo goal in semifinale e in finale; tutto questo senza trovare nessuno che mi abbia aiutato, anzi, ho visto succedere delle cose molto strane, ci sono stati giocatori che mi sono passati davanti e che poi sono spariti dalla scena, ho dovuto subire le decisioni della società, all’epoca i giocatori non avevano voce in capitolo, e così sono partito dall’Inter, per ritornarci solo dopo essere andato in prestito al Prato, al Potenza, al Varese e venduto al Cagliari; una volta ricomprato ho avuto grandi soddisfazioni e avrei potuto continuare ma, per ciò che a qualcuno all’epoca era sembrato un buon affare, sono stato rivenduto un’altra volta, alla Juventus: ho continuato ad avere le mie soddisfazioni, mi sono tolto qualche sassolino dalla scarpa e tutto ha
contribuito a formarmi caratterialmente, non ho mai avuto paura di nessuno da ragazzo e sono diventato ancora più forte successivamente.
Sai che mi sta venendo in mente un episodio che mi accadde da ragazzino, proprio ad Asola?
Un mio amico allenava il Rodigo e una domenica andai a vedere Asola – Rodigo: finì con una scazzottata generale in campo e in tribuna, io mi rifugiai sul nostro pullman…

Se è per questo, non dimentichiamo che ti abbiamo avuto in campo ad Asola per dare il calcio d’inizio di una partita a scopo di beneficienza, organizzata dalla Croce Rossa locale: a vedere Asola-Rodigo io non c’ero, ma nell’altra occasione sì…

Grazie Roberto, grazie per la disponibilità in termini di tempo e argomenti; in bocca al lupo per tutto e goditi la tua bella famiglia a tempo pieno adesso: dubito che proprio a nessuno frulli in testa l’idea di presentarti un bel progetto e farti un’offerta che non si può rifiutare.




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